La mostra è curata da Federica Muzzarelli, ed è dedicata al lavoro fotografico di Silvia Camporesi. Il titolo trae ispirazione dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir, opera cult intrisa di mistero e sospensione temporale, in cui i luoghi diventano protagonisti assoluti di una narrazione senza soluzione e nasce da una riflessione profonda sul concetto di frattura: tra reale e artificiale, natura e cultura, presenza e assenza, passato e presente.
Come nel film, anche nelle immagini di Silvia Camporesi il tempo sembra arrestarsi e lo spazio si carica di un’energia enigmatica. I luoghi – veri, alterati, ricostruiti o immaginati – non sono mai semplici soggetti, ma l’esito visibile di un processo più profondo: il viaggio, l’esperienza fisica e mentale dell’artista attraverso territori geografici, storici ed emotivi.
Il percorso espositivo, che si articola in cinque sezioni e riunisce cinque serie fondamentali realizzate nell’arco di quindici anni di attività: La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiæ, Almanacco sentimentale e Mirabilia, contempla anche Omaggio al Mattatoio, opera che entrerà a far parte del neonato Archivio del Centro della Fotografia. Progetti diversi ma interconnessi, che testimoniano una pratica fotografica in equilibrio costante tra documento e finzione, rigore metodologico e libertà immaginativa.
Dalla Venezia sospesa e reinventata, alla stratificazione storica è umana dell’Armenia; dai paesi abbandonati italiani, luoghi di memoria e cura, fino alla ricostruzione fotografica di eventi mai avvenuti o irrisolti e alle architetture visionarie di Mirabilia, Camporesi costruisce un atlante poetico in cui la fotografia diventa strumento di conoscenza, controllo e insieme di
smarrimento. Al centro della ricerca emerge l’idea della fotografia come esperienza di fratture: frattura temporale, che costringe passato e presente a coesistere; ontologica, tra verità e manipolazione; simbolica, tra apparenza e sostanza. In questa tensione si colloca una pratica artistica che unisce il bisogno autobiografico all’indagine sul paesaggio, trasformando l’immagine in luogo di meditazione, silenzio è mistero. Una riflessione sulla fotografia come confine: tra vero e falso, naturale e artificiale, passato e presente. Le immagini mettono in discussione ciò che vediamo e ciò che crediamo di conoscere, invitando lo spettatore a rallentare lo sguardo è ad accettare l’incertezza come parte dell’esperienza.
C’è un tempo e un luogo è quindi un racconto per immagini che parla di memoria, fragilità e trasformazione. Una mostra che invita a perdersi nei luoghi e nei loro segreti, ricordandoci che, come nella fotografia, anche nella realtà esistono spazi e momenti che sfuggono a ogni spiegazione. La mostra restituisce una visione coerente e stratificata del lavoro di Silvia Camporesi, confermandone il ruolo centrale nel panorama della fotografia contemporanea italiana: una ricerca capace di rivelare, attraverso i luoghi, ciò che resta nascosto, fragile e indicibile.
Accompagna la mostra un catalogo a cura di Cimorelli Editore.
La mostra è promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei
Il programma potrebbe subire variazioni